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aggiornamento 02/11/09
Questo sito propone in ogni pagina una breve sintesi dell'argomento trattato e presenta numerosi link e suggerimenti per l'approfondimento. Inviateci segnalazioni di materiali utili oppure vostre riflessioni, immagini artistiche o video che verranno pubblicati a giudizio della redazione nella pagina delle collaborazioni. Tutti noi abbiamo incontrato il dolore nel corso della nostra esistenza: provocato da malattie e vecchiaia, dalla perdita di persone care, dal fatto di trovarci in una situazione che non avremmo mai desiderato; il dolore si manifesta come sofferenza acuta oppure come sordo "male di vivere" per trasformarsi in alcuni casi in una vera e propria depressione. Abbiamo forse pensato di non riuscire ad uscire da questa condizione esistenziale e abbiamo finito per rassegnarci, oppure abbiamo cercato di soffocarlo inutilmente gettandoci alla ricerca del piacere ad ogni costo, ma questi comportamenti non sono una vera risposta e ci lasciano insoddisfatti e con l'idea che per gli esseri umani la vera felicità è impossibile. La nostra condizione ci sembra degna di compassione e cerchiamo di trovare sollievo nella filosofia, anche quella occidentale, che si interroga da sempre sulla condizione umana, la fa oggetto di un'intensa meditazione ma generalmente non riesce a trovare una via di uscita.
Allora è vera la critica che viene tradizionalmente rivolta al Buddhismo, quella di essere un pensiero pessimista, che mira all'annullamento dell'uomo, ne fa addirittura la meta finale del suo sentiero spirituale? Seguendo il collegamento della tabella di sinistra (Ma il Buddhismo è davvero pessimista?) si scoprirà che non è vero e la parola "nirvana" non deve essere intesa come semplice distruzione della coscienza che percepisce, ma anche senza considerare l'esistenza futura, già in questa vita può aiutarci a uscire dal dolore. Il Buddhismo propone un modo di pensare il rapporto con noi stessi e il mondo che ci consenta di ridurre progressivamente il dolore, riconoscendolo in molti casi come conseguenza di un modo scorretto di utilizzare il più stupefacente strumento di cui l'umanità dispone: la mente. Per utilizzare la mente in modo corretto si propone la pratica della meditazione, che non mira necessariamente ad evocare pensieri religiosi e non è nemmeno un modo per acquisire chissà quali facoltà mentali. Si tratta di una tecnica che serve a migliorare la concentrazione e a focalizzare la mente su concetti fondamentali o sentimenti positivi, come ad esempio la compassione. Per chi vuole, ovviamente, la meditazione può avere significato religioso. Questi insegnamenti, così come la riflessione sui principi generali del pensiero di Siddharta, possono essere molto utili a tutti, anche a coloro che non sono buddhisti perché non richiedono alcuna conversione religiosa, sono praticabili infatti anche da persone appartenenti ad altre tradizioni spirituali oppure dai non credenti. Per altre persone il Buddhismo non è solo una filosofia ma anche una pratica religiosa; in questo caso costituisce un approccio al trascendente condiviso da milioni di persone, ma l'analisi delle cause del dolore e del modo per uscirne rimangono le stesse.
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